40

Domenica sarà il mio quarantesimo compleanno. 40. Cifra tonda.

Da piccola il compleanno era un evento. La festa organizzata da mamma, la torta, i compagnetti, i regali. Essere protagonista incontrastata per un giorno intero. Già dall’inizio del mese insiziava per me l’ansia da count down!

Durante l’adolescenza il compleanno ha perso un po il suo fascino, quel giorno indicava più la mia crescita verso l’età adulta. Aspettavo i 18 anni e la festa che avrei fatto. Tanti invitati, ma neanche poi troppi, i regali, il vestito, le scarpe eleganti, insomma cose inusuali.

Poi i compleanni si sono succeduti quasi anonimamente, fino ai 30 anni. Quello è stato l’ultimo compleanno che ho festeggiato con gli amici, di allora. Serata all’ostello ubriaca fradicia e non sono neanche riuscita a guidare al ritorno! Una bella serata!

Per i successivi 9 anni non si può direche abbia festeggiato. Niente torta nè festa. Un drink con l’amica decennale e mia sorella.

La cifra tonda implica il festeggiamento. E non posso nascondere il fatto che io ci abbia pensato. Anche una scampagnata mi avrebbe fatto piacere. Ma toriamo sempre al punto di partenza: chi invitare? Non lo festeggerò questo compleanno, e non perché non ne abbia voglia,  ma perché non c’è qualcuno con cui festeggiare.

Vorrei che mio padre e mia sorella capissero e non insistessero nel voler celebrare questo giorno come un traguardo importante.

Domenica compirò 40, ho una figlia e per il resto sono assolutamente sola.

Il dubbio

A volte Michele mi fa sorgere il dubbio che io stia prendendo delle decisioni sbagliate per quanto riguarda il nostro rapporto.

Poi mi ricordo le sue parole, i 9 mesi sola, le minacce, il suo lato b. Non credo di esagerare. La nostra è un’incompatibilità di carattere irrimediabile.

2 anni

Per il secondo compleanno di mia figlia ho capito l’importanza che ha per una madre festeggiare questo giorno.

Mia madre, quando eravamo in età scolare, organizzava la festa di compleanno con giochi, merende, panini al latte imbottiti, pensierini per i compagnetti, palloncini e quant’altro necessario alla buona riuscita della festa.

Ad un certo punto della mia vita mi è venuto un forte disprezzo per il compleanno, i festeggiamenti, la torta, i regali sbagliati e indesiderati. L’11 giugno e i giorni precedenti erano una tortura. Cosa vuoi regalato? Cosa vuoi mangiare? Che pasticcini vuoi? Una tortura! E io sbuffavo, dicevo di non volere nulla, che non m’interessava il menù, il pranzo o la cena. Voglio solo che questo giorno passi velocemente!  

Lo scorso anno, per i miei 39 anni, mi è mancato il bigliettino d’auguri scritto a mano da mia madre.

Quest’anno per il compleanno di mia figlia ho capito che il giorno della nostra nascita va celebrato con gioia, deve essere una festa, la festa della vita, che la vita è il regalo più bello che abbiamo ricevuto nascendo.

Peccato averlo capito solo adesso che mia madre non c’è più. I miei 40 anni saranno senza di lei, ma è con l’assenza che sto cominciando a capire tante cose della vita.

Il limite valicato

Da qualche mese ormai sono entrata nell’ottica che il mio rapporto con Michele nei confronti di nostra figlia, non potrà in nessun modo somigliare a quello dei miei genitori.

Ulteriore conferma l’ho avuta questa sera. Quarta sera consecutiva di ritardo nel riaccompagnare Paola e nessuna telefonata per avvisarmi. So che il ritardo è fisiologico, ma è anche un suo modo infantile per indispettirmi. La misura era colma stasera. Ho chiamato, ascoltato il suo blaterare ed ho poi urlato che non mi deve mancare di rispetto.

Io odio urlare. Per lui è una prassi. Urla per farsi valere, come se urlare garantisse la vittoria, come se avvalorasse la giustezza delle proprie posizioni. A me è sempre stato detto che si alza la voce con chi non sente e si picchiano gli animali che non hanno ciò che ci distingue da loro: la ragione.

Arrivato a casa mia con 25 minuti di ritardo ha inveito contro di me ed i miei toni da educatrice bacchettona (!), ovviamente davanti alla bambina. L’ho salutato: CIAO MICHELE! CIAO MICHELE! Era un modo per buttarlo fuori che ha scatenato la sua ira e le parole: Io qualche volta t’astruppio (ti faccio male).

Credo poco alle minacce, ma: non essendo la prima volta che lo fa, che con sua moglie a volte arrivavano alle mani, che la mente è un filo di capello e che se ne sentono davvero tante, penso che sporgerò una denuncia o una querela contro di lui. 

Madre e donna o donna e madre? 

Cose giuste e cose sbagliate. Ho sempre pensato troppo. Ho pensato tanto anche questa volta.

Carezze fatte con gli occhi. Attenzioni che ho volontariamente scambiato per cortesia, nient’altro. Lontana la possibilità di apparire attraente. Mia figlia che chiama Giovanna (l’amica di suo padre, nda). Che amore era? Che amore può essere questo? Fisico.

Trattengo e respingo. Mentre il mio corpo urla: prendimi! Respingo e respiro. È tardi, devo andare.

Codarda. Sono madre. Ma sono anche donna. Me ne sono ricordata enfin!

La fine del tempo della pace

Per oltre un anno ho praticato la filosofia tanto cara a mia madre che ruota attorno al per l’amore della pace. 

Per amore della pace non ho chiesto soldi a Michele per il mantenimento della bambina, almeno nei primi mesi dopo la nostra separazione.

Per amore della pace gli ho poi proposto di trovare un accordo tra noi e quello che non fosse riuscito a darmi l’avremmo appuntato da qualche parte, tanto non gli avrei mai chiesto, in futuro, le quote arretrate.

Per amore della pace, quando lui è partito in vacanza, anziché andare di corsa da un avvocato per mettere in chiaro le regole, gli ho semplicemente chiesto di trovare un accordo.

Per amore della pace mi sono trasformata nell’essere più accondiscendente che potessi immaginare. Anche quando mi sono rivolta ad un avvocato per la regolamentazione della gestione di nostra figlia ho avuto poco polso e dalla prima raccomandata sono già passati parecchi mesi.

La bimba ha 19 mesi. Lui è andato via ad agosto dello scorso anno e solo a luglio di quest’anno ha iniziato a corrispondermi 150 euro quale contributo al mantenimento di nostra figlia.

Purtoppo, per lui che dimostra di non capire, la mia richiesta non è affatto un rimborso spese, nè un sostegno al mio stipendio da part time. Quello che chiedo non lo chiedo per me ma per nostra figlia, perché è giusto e doveroso che lui contribuisca in modo proporzionale al suo stipendio, alle sue sostanze. Poco, anzi nulla deve importarmi se su di lui gravano 3 mutui, dato che la ex-moglie non versa metà della quota che le spetta. Ha gli immobili: che li venda! 

Il tempo della pace è finito. Sono stata pure troppo accondiscendente e comprensiva nei suoi confronti. Ciò che deve lo deve a sua figlia, non a me. Mi auguro lo capisca, e capisca che questa bambina è pure figlia sua e non il mio riflesso.

L’ascia di guerra va disseppellita e non perché io lo odi, ma perché è tempo che vengano stabilite delle regole che andranno rispettate. Mi auguro senza minacce da parte sue o altre esplosioni di rabbia.

Insulti

Gli avvocati fanno il loro lavoro e cercano un punto d’incontro tra le persone che non riescono a farlo autonomamente.

Da quasi un anno ho cercato di trovare un punto d’incontro con Michele per quanto riguarda la bambina, ma lui ha fatto prevalere i suoi problemi economici ed io ho fatto sempre un passo indietro. Eppure quello che chiedo non lo chiedo per me, ma per la bambina.

Il suo punto di vista è decisamente diverso, talmente tanto diverso che questa sera appena la bimba è rientrata a casa, dopo essere stata con lui, ha iniziato ad urlarmi contro. Sei una donna subdola. UNA TROIA, UNA BUTTANA. Ma appena fai un errore: TE LA METTO NEL CULO. SEI SOLO UNA TROIA. Soldi non te ne posso dare, sei come mia moglie che vuoi i soldi. Tu mi hai rovinato la vita. BUTTANA. La merda sei tu! Vendo tutto e a questa bambina non resterà niente (come se pannolini, vestiti, latte e pappe si potessero pagare con cambiali a scadenza ventennale).

Un delirio. Un delirio urlato davanti alla bimba.

Non ho risposto. Ho solo sorriso, perché davanti ad una bambina di 1 anno e mezzo non si devono usare questi toni. Come versa ancora a sua moglie pagando tutto il mutuo deve prendersi la responsabilità di contribuire al mantenimento di sua figlia e non con soli 150 euro. Lui non ha accettato le mie proposte, ha urlato contro i miei tentativi di dialogo. E siccome non aveva finito d’insultarmi a casa mia gli ho detto di andarsene.

Mi ha chiamata troia e buttana davanti a nostra figlia. Non credo di essere io la merda.

Rabbia non è gelosia

Domenica sera Michele ha portato la bimba in anticipo e io non ero ancora arrivata. Ho superato la sua macchina già posteggiata ed ho pensato: se non trovo posto gli dico di lasciarmi il posto. Ho dato un’occhiata dentro l’abitacolo ma c’era solo una persona seduta al lato passeggero. Una donna. La sua amica.

Fortunatamente poco più avanti c’era spazio ed ho potuto posteggiare. Sono passata accanto alla sua Volvo. La testa china sul display illuminato.E menomale che ero sempre io a giocare col telefono!

Non ho potuto esimermi dal lanciargli qualche frecciatina, e non, come dice lui, per gelosia, ma per rabbia. Rabbia perchè ci ha messo davvero poco a sostituirmi. Rabbia perché per lui valevo niente se in 4 anni non ha lasciato la moglie per via del figlio, mentre io sono potuta restare da sola pure per i 9 mesi di gravidanza, al momento del parto e poi dopo 4 mesi di convivenza ad oggi, nonostante ci sia una figlia in ballo.

Ecco perché è una merda. Perché non ha lottato. Non ci ha creduto. Non ha buttato giù il rospo ed atteso tempi migliori. Un assestamento della nostra situazione. Se n’è andato perché la sera ero troppo stanca per fare l’amore, perché la casa era piccola, non so stirare e le camicie le lavavo in lavatrice, perché a cena non c’erano manicaretti preparati col Bimby. Una vita infernale la sua!!!

La mia non era gelosia. Solo rabbia verso una persona che è stata sempre poco trasparente, ma l’amore mi aveva offuscato la vista. Oggi posso dire che amore per quest’uomo non ne provo più. Ciò che mi lega a lui è nostra figlia. Non lo odio, ma tra noi le cose non si ricomporranno mai.

Se è felice mi può fare piacere. Io lo sono per aver capito di che pasta è fatto. Non è l’uomo che desidero accanto per la vita. Quando la bimba crescerà, mi auguro capirà cos’è successo tra me e suo padre e riesca a farsi un’opinione senza la mediazione dei grandi.

Il bravo papà

Chi non è presente non può capire. Chi c’è passato ha idea di cosa parlo e di come mi sento.

Diritti e doveri di un padre sono sullo stesso piano. Un figlio dovrebbe venire prima di ogni altra cosa. I doveri del padre di Paola sono subordinati ai suoi impegni economici, vecchi e nuovi. I suoi diritti non vanno calpestati, peccato che secondo me la sua idea diritti sia il riflesso del suo egoismo.

Per fortuna lei è ancora piccola e non capisce pienamente le porte sbattute o il tono della voce improvvisamente più alto.

Io capisco tutto invece e mi chiedo che uomo sia uno che dice che quando ho scoperto di essere incinta avrei fatto meglio a scomparire dalla sua vita perché con le mie decisioni gliel’ho rovinata. Che padre è quello che non vuole trovare un accordo e mi dice che rivedrà la bambina quando avrà compiuto 3 anni?

Io volevo solo un bravo padre per questa bimba, non i suoi soldi.

Relazioni telefoniche

Quando noi stavamo insieme, grande importanza aveva il telefono. Non mi piaceva, ma accettavo la situazione perché capivo che la sua condizione di uomo sposato la imponeva, vista la sua incapacità di lasciare la sua famiglia.

L’assenza era addolcita da lunghe telefonate che spezzavano il silenzio, ad eccezione di di quello troppo lungo ed insopportabile del fine settimana. Ma ripeto: sapevo quale fosse la situazione in cui ci trovavamo, l’avevo in parte provocata io e di conseguenza non potevo ribellarmi.

Purtoppo lui ricorre al telefono anche nel “costruire” il rapporto con sua figlia. Le promesse infrante del ci vediamo domani si recuperano, secondo lui, con una telefonata fatta in viva voce. Lei fiera corre da una parte all’altra della stanza,  poggia il telefono sul divano e si fa una chiaccherata, lui ride dall’altro capo del telefono. Non gli ho mai negato il diritto di visita, tranne quelle volte che, stanca di aspettarlo, sono uscita. Non c’è nessun accordo ratificato dal tribunale perché con quello io lo terrei sotto scopa da un punto di vista economico.

Fondamentalmente lui fa come gli pare. Non c’è un giorno che esca prima dall’ufficio e arrivi abbondantemente prima delle 19, o che vada a prenderla all’asilo. Mai nel fine settimana che venga la mattina presto per trascorrere una giornata insieme. Non l’ha portata una volta al mare. Lui sa solo fare la vittima ed autocommiserarsi: la bimba non mi riconosce, non vuole stare con me. Da quando l’anno scorso è andato via da casa mia ha impostato il rapporto con la bambina in base ai suoi impegni, lavorativi, di svago o familiari e di sicuro io non posso dirgli come fare il padre.

Lei, per fortuna, è ancora troppo piccola per capire tante cose, ma credo che, sicuramente più di me, abbia bisogno della frequenza e non di contatti telefonici. Crescerà e valuterà. Io desideravo solo un Padre per mia figlia.